Don Bosco
Cafasso
Castelnuovo Don Bosco

GIOVANNI CAGLIERO

(l'articolo è tratto dal BOLLETTINO SALESIANO anno L Torino - aprile 1926 NUM. IV)

Giuseppe Cagliero è nato alle undici e battezzato alle sedici a Castelnuovo d'Asti l'11 gennaio 1838 e è morto a Roma il 28 febbraio 192).

Universale è il rimpianto che ha destato la morte del Card. Giovanni Cagliero, Vescovo Suburbicario di Frascati, onore e vanto della Società Salesiana, che in lui venerava uno dei primi figli del Ven. Don Bosco, il suo primo missionario, il primo vescovo, il primo Cardinale.

Lo stesso Santo Padre, nell'udienza concessa il 4 marzo al Consiglio Superiore della nostra Società, ebbe la bontà di rilevarne l'esemplare modestia di modi, l'amore al lavoro, la devozione al Papa e alla S. Sede, il vivissimo affetto per Don Bosco e l'Istituto Salesiano, che il compianto Cardinale - come scrisse la Civiltà Cattolica - « edificò con le virtù religiose, stimolò alle più svariate fatiche apostoliche con l'esempio, consolidò nella stima dei contemporanei con l'operosità ardente e saggia, nell'affetto paterno dei Sommi Pontefici con la prontezza dell'ubbidienza ai loro cenni, appresa alla scuola del Ven. Don Bosco ».

Anche S. M. il Re, a mezzo del Cappellano Maggiore di Corte, si degnava inviare le più vive condoglianze, affermando che era rimasto « impressionatissimo della morte dell'Eminente Cardinale, tanto più che conoscendolo personalmente lo ricordava con grande affetto ».

Eguali espressioni di ammirazione e di dolore ebbero le LL. AA. RR. il Principe Ereditario, il Duca di Genova e il Duca di Bergamo; S. A. R. e I. la Principessa Maria Laetitia; S. E. il Ministro Federzoni; S. E. il cav. Paolo Boselli; i Rappresentanti della città di Roma e di Torino, e del Comune di Castelnuovo d'Asti; Senatori e Deputati; Arcivescovi, Vescovi e Superiori di Ordini Religiosi; nobili Famiglie del Piemonte e di altre regioni d'Italia, e un numero grande di ammiratori, Cooperatori ed ex-allievi.

Solo per elencarle dovremmo dedicare ad esse un numero del Bollettino.

Anche la stampa quotidiana e periodica, e in Italia e all'Estero, consacrava al nostro Cardinale lunghi articoli, rievocandone la cara figura e lo zelo indefesso, chiamandolo il degno figlio di Don Bosco, apostolo di fede e di civiltà, evangelizzatore della Patagonia, fulgida gloria italiana.

E, veramente, come disse Don Bosco cinquant'anni fa, non appena l'ebbe salutato al porto di Genova quando partì la prima volta per l'Argentina, «Don Cagliero avrà una bella pagina nella storia della Chiesa».

È, quindi, anche per noi un sacro dovere il dire almeno episodicamente di lui, della sua giovinezza, dell'amor suo a Don Bosco, della preparazione all'apostolato, dell'opera meravigliosa che svolse nella Patagonia, della sua missione diplomatica e degli ultimi anni.

E ciò facciamo tanto più volentieri, perchè miglior esempio e più splendida documentazione autentica non potremmo addurre per disporre i nostri lettori al X Congresso Internazionale e alle feste commemorative del Cinquantenario delle Missioni Salesiane, che si svolgeranno a Torino nel prossimo maggio.

1851-1875. Degno alunno e seguace di Don Bosco.

Il primo incontro con D. Bosco.

Scrisse lo stesso Mons. Cagliero:

« Nel 1850 vidi la prima volta D. Bosco sulle amene colline di Murialdo... avevo dodici anni. Era circondato dal signor Prevosto, dal mio maestro ed altri sacerdoti, e mi accorsi che lo colmavano di attenzioni ed avevano per lui una speciale venerazione. La sua semplicità, il suo sorriso, e la sua amabilità mi riuscirono cosa nuova, e mi formai il concetto di un sacerdote singolare.

« Il signor Prevosto, Don Antonio Cinzano, che pure mi voleva bene, mi presentò a Don Bosco, il quale tosto mi rivolse la parola dicendomi:

« - Il signor Prevosto mi dice che tu vuoi studiare: è vero? »

« - Sì, signor Don Bosco.

« - E mi dice che vuoi farti medico!

« - No, signor Don Bosco, io non voglio farmi medico.

« - Sì, sì, replicò; sì, medico delle anime!..

« Nell'autunno dell'anno seguente tornò a Castelnuovo accompagnato da molti giovani, che aveva condotto da Torino per la festa del S. Rosario ai Becchi. Mi avvicinai e Don Bosco sorridendo:

« - Oh, mi disse, tu sei il piccolo Cagliero e desideri venire con me a Torino, e va bene; continua ad esser buono e ci rivedremo...

« Il giorno di tutti i Santi era stato invitato a fare il discorso dei Morti, ed io lo accompagnai al pulpito, vestito da chierichetto. Dopo la predica, giunti in sacrestia:

« - Adunque, mi disse, desideri proprio venire con me a Torino?

« - Sì, signore.

«- Molto bene; allora di' a tua mamma, che stassera passi alla parrocchia per intenderci...».

E la mamma di quella sera medesima si recò col figlio a parlare al Venerabile. Don Bosco le disse:

- Mia buona Teresa, siete venuta a tempo, già vi attendeva; parliamo adunque del nostro negozio. E vero che volete vendermi vostro figlio?

- Oh! venderlo no, esclamò la buona madre; ma, se lo gradisce, piuttosto glielo regalo!

- Meglio ancora, rispose Don Bosco, allora preparategli il suo piccolo fardello. Domani verrà con me ed io gli farò da padre.

E il giorno dopo il giovinetto veniva a Torino in compagnia di Don Bosco. Era il 2 novembre 1851.

Contava omai 14 anni: era nato l'11 gennaio 1838. Aveva perduto il padre in tenera età, e fortunatamente ne aveva trovato un altro, cui lungo il viaggio raccontò candidamente ed enfaticamente tutte le sue piccole avventure di scolaro, di caporione nei giuochi, di chierichetto di sacrestia, di piccolo cantore di antifone e messe corali, di catechista ai più piccini, ecc., ecc.

Don Bosco ammirò il dono che gli faceva il Signore, e prese a circondare il nuovo alunno delle cure più affettuose e sante, e squisitamente paterne.

All'Oratorio.

A quei tempi - di cui eterna vivrà tra noi la ricordanza - era così bella ed intima e famigliare la vita che si viveva all'Oratorio, che non solo ogni bisogno degli alunni era la più viva sollecitudine del Fondatore; ma gli ideali stessi del Padre non tardavano a divenire l'ideale dei figli, i quali, come di cose loro proprie, s'interessavano delle cose sue e con vero interesse portavano i loro discorsi sulla nostra chiesa, allora in costruzione, sulla nostra fabbrica, che si cominciò compiuta la chiesa, sulle nostre scuole, che si andavano man mano formando, insomma su tutto quanto il fiorire del nostro Oratorio.

Cagliero fu tra coloro che furono più intimamente pervasi da cotesta penetrazione profonda e salutare, e spontaneamente concepì il pensiero di vivere con Don Bosco tutta la vita, prima ancora che Don Bosco gli parlasse di farsi salesiano.

La sera del z6 gennaio 18S4, primo giorno del triduo di S. Francesco di Sales, egli pure, che aveva compiuti 16 anni, fu invitato - come annota Don Rua in una sua memoria autografa - a privata adunanza in camera di Don Bosco, nella quale il Venerabile fece ad un gruppo di giovani scelti il primo accenno di voler formare una Società, che l'aiutasse a svolgere l'opera iniziata - « e da quel giorno coloro che prendevano parte a tali conferenze furono detti salesiani».

Proprio così: come Rua e Francesia, anche Cagliero aveva già fatto tra sè il proposito di non allontanarsi mai più dal fianco del suo secondo padre.

Ma quando fu sacerdote e, prima ancora, uno dei superiori del nuovo istituto, riflettendo al prudentissimo modo di fare che il Ven. Don Bosco aveva usato con i suoi, soleva - così narrava Don Albera - ripetere vivacemente:

- Se Don Bosco ci avesse detto subito che ci voleva far frati, io non mi ci sarei mai adattato !

Una visione del Venerabile.

È noto che un « sogno » fatto da Don Bosco - dai nove ai dieci anni - fu il germe dell'Opera Salesiana in genere. Ebbene, una «visione » diede al Venerabile il primo accenno alle Missioni Salesiane. Ci piace rievocarla con le parole stesse del Card. Cagliero:

« Inferiva il colera a Torino nell'agosto del 1854 ed io mi trovavo ammalato nell'infermeria dell'Oratorio.

« Avevo allora 16 anni, ed i medici giuravano che mi trovavo in fin di vita. Nella casa si diceva che io ero così ridotto, perchè avevo commesso l'imprudenza di accompagnare Don Bosco nelle visite al lazzaretto.

« Don Bosco fu sollecitato dai medici a visitarmi e ad amministrarmi gli ultimi Sacramenti. Venne al mio letto, e lo ricordo ancora come se lo vedessi qui:

«- Che è meglio per te, mi chiese, guarire o andare in Paradiso?

«- E meglio andare in Paradiso, gli risposi.

«- Sta bene, soggiunse, ma questa volta la Madonna ti vuol salvo; tu guarirai, vestirai l'abito chiericale, sarai sacerdote e prenderai il tuo breviario e andrai lontano, lontano, lontano

« Agli occhi del Padre si apriva allora una stupenda visione. Avvicinandosi al mio lettuccio - doveva raccontarlo solo trent'anni più tardi - egli l'aveva visto circondato da selvaggi di alta corporatura e fiero aspetto, dalla carnagione cuprea e dalla folta chioma nera, stretta da un legaccio sulla fronte. Neanche sapeva, allora, a che razza appartenessero quelle figure prodigiosamente intravviste e solo più tardi aveva sfogliato in segreto un manuale di geografia e aveva trovato che esse corrispondevano al tipo dei Patagoni e dei Fueghini.

« Si apriva dunque, allora, nell'animo del Padre la stupenda visione di quell'immensa regione che egli profetò ricca di minerali e di industrie, di fabbriche e di ferrovie, benedetta dal dono prezioso della fede cristiana per le fatiche e il sangue della sua dolce famiglia spirituale. Certo io guarii in quel momento, la febbre passò per incanto e neanche ricevetti i Sacramenti, perchè mi parve meglio, giacchè dovevo guarir subito, di farlo quando fossi levato.

« Devo però aggiungere che gli accennati particolari Don Bosco li manifestò soltanto dopo che io avevo iniziato l'evangelizzazione della Patagonia e ne ero già Vicario Apostolico; poichè egli, precisamente per timore di essere guidato dalla sua impressione personale, non volle mai prendere iniziative sue circa la mia persona e i miei uffici, ma lasciò disporre tutto dalla Divina Provvidenza, che diresse le cose esattamente, come le aveva mostrate al Padre in un baleno del futuro».

In famiglia.

Quanti episodi, umili ma interessanti, che ci ricordano tante piccole cose di quei cari tempi indimenticabili ma ornai lontani, potremmo raccontare intorno la giovinezza di Cagliero, sulla sua prontezza ardita, sul simpaticissimo suo cameratismo, sulla vivacità e generosità del suo cuore, sull'affetto che riscuoteva universalmente, e, sopratutto, sulla venerazione illimitata che nutriva per Don Bosco.

L'amore per il Ven. Servo di Dio e il profondo convincimento della sua santità, non appresi dal giudizio altrui, ma dal contatto diretto e continuo con lui, furoro il meraviglioso segreto di quell'intima fusione di tanti caratteri diversi, che si ammirava nell'Oratorio, dove si vedevano brillare non solo in Domenico Savio, ma in molte anime, « le belle e dolci virtù, l'innocenza, la semplicità, la felicità cristiana, onde - come scrive il Can. Ballesio - sono tanto cari i primordii di San Domenico e di S. Francesco d'Assisi coi loro discepoli ».

Era già sceso da Avigliana a Valdocco l'eroico sacerdote Don Vittorio Alasonatti, che ancor per vari anni - finchè non prese messa Don Rua - fu l'unico sacerdote al fianco di Don Bosco quando gli alunni interni salivano già a cento e a duecento; e con l'austero e santo Don Alasonatti, che aveva due anni più di Don Bosco, formavano tutti un cuor solo e un'anima sola i chierici Michele Rua (di cui avremmo parlato lungamente in questo mese in cui ricorre il XVI anniversario dalla morte) che, per l'aiuto che prestava fin d'allora al Venerabile e per la perfezione con la quale ne comprendeva e intuiva il pensiero era già designato da tutti come suo primo successore; Giovanni Francesia, anima ardente e mite, e poetica e di forte ingegno; e Giovanni Cagliero, pieno di argento vivo nelle molteplici sue manifestazioni; ed altri ed altri, che Don Bosco col fascino della sua carità e del suo cuore superlativamente paterno, benchè tanto diversi per intime aspirazioni e per indole, rendeva affezionati fratelli.

Maestro di musica.

È risaputo che il ch. Giov. Cagliero - che vestì l'abito chiericale il 22 novembre 1854, il giorno di S. Cecilia - fu per lunghi anni valente maestro di musica.

Don Bosco stesso aveva cominciato a dar lezioni di canto ai suoi primi alunni - canto, giuochi, teatro ed ogni svago, non disgiunto dall'onestà e non contrario all'igiene, ogni manifestazione insomma di schietto e sano divertimento, formavano tanta parte del suo sistena educativo, del quale non si è detto ancora qual fu veramente - ma crescendo il suo lavoro col moltiplicarsi e coll'aggravarsi delle iniziative e crescendo insieme il numero degli ammiratori e la capacità dei suoi giovani seguaci, affidava anche la scuola di musica ad altri. Il primo che ebbe quest'incarico fu il Can. Nasi, poi il caro Don Chiatellino, quindi il ch. Felice Reviglio - primo dell'Oratorio che salì all'altare e morì parroco di S. Agostino in Torino - e in fine il giovane Secondo Gurgo, che Don Lemoyne descrive «di belle e robuste forme, tipo di florida salute e valente suonatore d'organo e di pianoforte ».

Nel marzo del 1854 Don Bosco « sognò » che fra ventidue lune - tra ventidue mesi - i suoi alunni avrebbero veduto per la prima volta entrar la morte nell'Oratorio, ed aveva anche identificato chi ne sarebbe stata la vittima. E contò il «sogno » ai suoi il 24 marzo. Un sacro terrore pervase l'Oratorio, ma c'erano ancora 22 mesi, e Don Bosco aveva detto anche, che sperava - tenendosi tutti preparati - che colui che sarebbe stato il primo a morire, farebbe una buona morte.

E l'anno dopo, il 1855, avvicinandosi il termine prefisso, il Venerabile mandava il chierico Cagliero a dormire nella stanza ove dormiva il giovane maestro di musica, che era il primo cantore di Torino in ogni accademia musicale e, pur non contando che 17 anni, aveva vinto il posto d'organista alla metropolitana di Vercelli.- Guarda di assister bene Gurgo! - disse allora il Venerabile a Cagliero; e sul principio dell'ultimo mese, cioè al sorgere della 22a luna gli ripeteva, con maggior calore, la stessa raccomandazione, mentre in casa non c'era alcuno indisposto. Ma ecco, verso la metà di dicembre, Gurgo cade ammalato, e dopo 8 giorni, la notte dal 23 al 24, spira quasi improvvisamente.

La sua morte fece un'impressione enorme nell'Oratorio, particolarmente nell'anima di Cagliero.

E fu a quel tempo, che esercitandosi assiduamente a studiar musica e a suonare l'armonium potè, in pochi giorni, prendere il posto di Gurgo e incominciò a disimpegnare l'ufficio di maestro di musica.

Qui pure, quante ricordanze! ma non si può rilevare, in poche parole, la parte vitale che aveva la scuola di canto nella giocondità serena dell'Oratorio, e la feconda attività musicale del Maestro Cagliero, che per la musica aveva sortito da natura un estro forte e soave. Già compositore di mottetti, messe e vespri, il suo nome acquistò fama popolare con la pubblicazione della prima delle sue romanze: Lo Spazzacamino. Gli era caduta sott'occhio la poesia cosi intitolata, composta da Ignazio Cantù, e gli piacque tanto che, musicatala rapidamente, l'insegnava al suo giovane alunno Giacomo Costamagna, da cui la fece cantare in un intervallo di una recita all'Oratorio. Entusiasmati tutti ne chiesero il bis, ma ci fu qualcuno che osò dire:. - Non può essere musica di Cagliero!

E il chierico, sempre pronto e geniale, a togliere ogni dubbio sul suo lavoro, si presentò a Don Bosco pregandolo a concedergli di poterla pubblicare. Le insinuazioni eran giunte anche all'orecchio del Padre, il quale lo fissò come per dirgli: - Ma è proprio roba tua? - Il giovane maestro non seppe trattenersi, e dando con la mano un forte colpo sul tavolo rispose: - Anche Don Bosco!?... - E il Venerabile, sorridendo: - Son contento di questa tua affermazione; stampa pure!

E la simpatica romanza - alla quale tennero dietro le altre: Il Figlio dell'Esule, Il Marinaio, L'Orfanello... su versi di Don Francesia - fu la prima delle sue pubblicazioni musicali che nel 1878, tra sacre e profane, toccavano già l'ottantina.

Tempi eroici.

E non era, certo, lo studio della musica l'unica, nè la principale occupazione del giovane chierico. C'era, massime a quei tempi primordiali, tanto e tanto lavoro nell'Oratorio, che i discepoli di chi aveva fatto ogni mestiere per i suoi ricoverati, non si limitavano nè potevano limitarsi ad un ufficio solo, ma tutti ne compivano parecchi simultaneamente, con affetto e con valore, non esclusi quelli di insegnare e.... di andare a scuola.

Spesso quindi si sacrificava anche il riposo. Quando si è giovani si osa tutto, e quando si ha davanti un esempio affascinante come quello del Venerabile, che cosa non si arriva a fare?

D. Bosco, però, voleva che i suoi aiutanti, al pari degli alunni, dette le preghiere della sera si recassero subito a riposo. In questo era rigorosissimo. Per misure igieniche ed altre ragioni non meno importanti non permetteva ai suoi di lavorar dopo cena: anche le scuole di canto e di musica e le stesse prove del teatrino si facevan sempre prima di cena. Ma facilmente permetteva che al mattino si levassero prima della levata comune; ed alle quattro, Cagliero, Rua e Francesia, anche d'inverno, d'ordinario erano in piedi: « e mentre Francesia - raccontava il Cardinale - componeva poesie e correggeva i còmpiti dei suoi allievi, e Rua studiava il greco e l'ebraico, io componeva musica e suonava la spinetta... ».

Oltre la scuola di canto, egli aveva cura della chiesa: era il capo-sacrestano di San Francesco, e proprio negli ultimi anni, visitando quella prima chiesa, eretta da Don Bosco in sostituzione della primitiva tettoiacappella attigua a casa Pinardi, additando il cornicione diceva: - Quanti giri ho fatto io tutt'intorno lassù per tappezzare! E non avevamo nulla! Una volta, e non fu la sola, tutto con le mie mani, misi insieme un gran padiglione di carta tempestato di stelle... d'oro, che copriva tutto lo sfondo dell'altar maggiore! Don Bosco, certo, non avrebbe risparmiato spese per il decoro della Casa di Dio, ma allora c'era appena da mangiare. Basti dire che solo due volte alla settimana, invece della semplice frutta, i giovani avevano la pietanza; e la pietanza molte volte consisteva nelle.... ciliegie cotte, perchè le ciliegie cotte... diventavano pietanza!

Sacerdote.

Ma anche in mezzo a tanta povertà e a tanto lavoro i chierici dell'Oratorio frequentavano la scuola di teologia del Seminario e come si facevano onore! Don Cagliero fu ordinato sacerdote nel giugno del 1862, insieme con Don Francesia - l'unico che, facendo scuola regolare di Va ginnasiale, non poteva assentarsi e dovette studiare teologia da sè; - e poco dopo, mentre Don Francesia prendeva la laurea di lettere alla R. Università di Torino, Don Cagliero conseguiva alla stessa Università la Laurea in Teologia.

Giunto al sacerdozio, il suo campo d'azione s'estese subito largamente, consacrandosi al ministero della predicazione e ad un vero apostolato a pro' degli alunni restii alla disciplina e d'indole recalcitrante.

Don Bosco stesso gli affidò anche la cura speciale dei chierici, la scuola di teologia e, fin dal 1862, l'istruzione domenicale agli alunni interni dell'Oratorio, riservando per sè le attraentissime narrazioni della Storia sacra al mattino, finchè, edificato il Santuario di Maria Ausiliatrice, con l'anno scolastico 1868-69 demandò anche queste a Don Rua.

Don Cagliero predicatore piaceva. Semplice, spedito, ignorava i luoghi comuni e andava diritto al cuore; convinceva, persuadeva, lasciava un'impressione salutare: e continuò a predicare in Maria Ausiliatrice regolarmente fino al 1875; ed anche vari istituti e paesi ebbero la fortuna di ascoltarlo.

Apostolo

Nel 1867 scoppiò il cholera a Castelnuovo d'Asti, ed egli, senz'esitare, venendo a conoscere che c'era bisogno di assistenza spirituale, pregò Don Bosco a permettergli di recarsi a tale scopo in patria; e Don Bosco che nel 1854 con la parola e con l'esempio aveva reclutato circa quaranta infermieri tra gli alunni dell'Oratorio a pro' dei colpiti dal morbo in Torino, non esitò un istante a concederglielo; ed egli andò, e così eroicamente si distinse in quell'opera di sublime carità che il Municipio gli decretò una medaglia commemorativa.

Che meraviglia se nel 1875, quando, stabilito il personale che doveva aprire il solco delle Missioni Salesiane, si trattava di stabilir uno dei superiori maggiori che accompagnasse i primi Missionari all'Argentina, tutti facessero il nome di Don Cagliero? Solo Don Bosco taceva: e taceva perchè, dopo la visione avuta nel 1854, voleva che gli eventi si verificassero senza il suo intervento, per non dire poi: « Da tempo aveva intuito che saresti andato missionario, e per questo ho mandato te »: ma piuttosto: « È il Signore che ha disposto che tu andassi missionario, ed io ti posso assicurare che a me Egli l'aveva additato trent'anni prima ».

1875-1888. Missionario e Vicario Apostolico.

Nell'Argentina.

Della partenza dei primi missionari salesiani per la Repubblica Argentina e del lavoro compiuto in Patagonia il Bollettino Salesiano si è largamente diffuso negli scorsi mesi di novembre e dicembre in occasione della ricorrenza cinquantenaria, riportando, per intero, anche il discorso commemorativo dell'E.mo Card. Maffi.

Don Cagliero, che accompagnò i primi missionari salesiani a Buenos Aires, rimase in America circa due anni, studiando la penetrazione in Patagonia e zelando l'assistenza degli emigrati.

Quando si recò per la prima volta nel quartiere della Boca, «tanta - narrava egli stesso - era l'incredulità che vi dominava, che l'accoglienza da me avuta fu tale che dovetti presto fuggire da quel luogo, dove altro non si udivano che improperi e bestemmie contro i preti.

«Mi recai dall'Arcivescovo di Buenos Aires, ed egli, udita la cosa, mi disse:

- Don Cagliero, ha commesso un'imprudenza recandosi in quel centro irreligioso.

« - Ebbene, Monsignore, vuol ella concedermi il favore di ritornarvi per fondarvi una chiesa?

« L'Arcivescovo titubò alquanto e poi mi disse:- Ebbene, sia!

« Andai con i miei compagni; sulle prime fummo osteggiati. Volevano incendiare la nostra casa, percossero i nostri sacerdoti, ma poi, a poco a poco si calmarono; edificammo una chiesa capace di cinquanta persone, e, poichè il favore crebbe, ponemmo mano alla costruzione di un'altra chiesa, magnifica e vasta, come tante se ne hanno in Europa ».

Nell'aprile del 1877 si portò a 300 leghe da Buenos Aires alla colonia italiana di Villa Libertad al nord della provincia d'Entre Rios, dov'erano molte famiglie del Trentino, della Lombardia e del Veneto. Si fermò due settimane tra loro, dando a tutti comodità di accostarsi ai SS. Sacramenti, e tra i molti che l'ultima domenica accorsero anche dalle vicinanze alla missione «vi fu un colonnello indio manso (indio mansuefatto) di alta statura, ricchissimo, di buon cuore, il quale -scriveva Don Cagliero - venne a raccomandarmi vari battesimi. Questo colonnello si chiama Don Miguel Guarumba ed ha 6oo indigeni al suo comando; in caso di rivoluzione o guerra suona la tromba e in un momento è circondato di 6oo prodi armati, ma non sa nè leggere nè scrivere, e quando deve prender memoria di cose importanti fa dei segni con la punta di un coltello... ».

Furono i primi contatti che il grande missionario avrebbe avuto con tanti indigeni e cacichi della Patagonia.

Di nuovo in Italia.

Nel settembre del 1877 Don Bosco lo richiamò a Torino per il I Capitolo Generale della Società, della quale era Direttore spirituale; e vi rimase a fino al 1885.

In quegli anni percorse più volte l'Italia per la fondazione di nuove Case Salesiane e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, di cui Don Bosco gli aveva affidata la direzione generale. Ed otto case fondò nella sola Sicilia. Per lo stesso motivo fu più volte in Francia, visitò il Portogallo, e fece tre viaggi nella Spagna, cattivandosi la simpatia di quella nobile nazione, dove stabilì una casa ad Utrera ed un'altra a Sarrià presso Barcellona.

Ma il campo, dove doveva far risplendere la sua bontà d'animo e il fine criterio congiunto alla più larga discrezione, era la Patagonia.

La Missione della Patagonia.

Che cos'era la Patagonia nel 1875, quando giungeva a Buenos Aires il primo gruppo di Missionari Salesiani, guidati da Don Cagliero?

Un deserto, abitato in maggior parte dai più bellicosi ed audaci indii dell'Argentina, che obbligavano il Governo a mantenere un esercito alle frontiere, che non era sempre in grado di frenare le vandaliche irruzioni che sbaragliavano le compagnie militari e si gettavano sulle popolazioni mettendo tutto a ferro e a fuoco. Non si conosceva, non si sapeva altro della Pampa e della Patagonia.

Quelle terre, anche tenendo conto dei racconti dei viaggiatori e dei prigionieri, che le avevano attraversate come un inferno dantesco, erano ancor avvolte nelle tenebre più dense dell'ignoto.

E come non si conosceva la regione, così non si sapeva nemmeno il numero degli abitanti. Le congetture e le notizie, avute dagli indii, non servivano che ad aumentare la confusione. I cacichi avrebbero voluto far credere che erano in numero così grande da potersi imporre a tutta la Repubblica. In realtà dovevan essere un 8o.ooo.

Ma sui loro barbari costumi si sapeva qualche cosa di più; parlavano chiaramente le torture sofferte dai miseri, caduti nelle loro mani; ed era pure notorio che non volevano accettare la civiltà sotto nessuna forma. Dal giorno in cui, armati, si organizzarono in confederazione selvaggia, non permisero più ai civilizzati di abitare tra loro, a meno che fossero o banditi o prigionieri. Anche nella religione, più che una forza che avrebbe potuto cementare la loro indipendenza, scorgevano un pericolo che avrebbe potuto annientarla; ed erano perciò risoluti di non abbracciare il Cristianesimo. Nessun missionario era riuscito a far trionfare tra loro la parola evangelica, ed alcuni zelanti Religiosi della Compagnia di Gesù, che, molti anni prima, valicate le Ande, avevano tentato di penetrarvi dai Cile, vi ebbero sacrificata la vita.

Non ostante queste difficoltà enormi, fin dal 1876 Don Cagliero si preparava a penetrare in Patagonia, discendendo a S. Cruz: ma da Don Bosco richiamato in Italia dovette rinunziare al disegno.

Nel frattempo il Governo Argentino si decise si sottomettere quelle orde selvagge con la forza, allestendo una spedizione di 9.000 uomini, che vide coronata con esito brillante l'audace impresa. Era il 1879.

I nostri già avevano tentato l'anno prima di realizzare il proposito di Don Cagliero. Insieme con Mons. Espinosa, Don Giacomo Costamagna (poi Vescovo tit. di Colonia e Vicario Ap. di Mendez e Gualaquiza) e Don Evasio Rabagliati (poi apostolo dei lebbrosi di Colombia) nel maggio del 1878 eran partiti per Patagones a bordo del Santa Rosa; ma una terribile burrasca per poco non affondava il loro bastimento ed a stento tornarono in porto.

Ma nel 1879 Don Costamagna e il ch. Luigi Botta ottennero di accompagnare la spedizione militare con Mons. Espinosa: e il 17 aprile Don Costamagna poteva scrivere a Don Bosco che i Salesiani si trovavano già tra gli Indi-Pampas; e l'11 maggio la spedi zione passava il Rio Colorado, e il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice, toccava le sponde del Rio Negro.

La spedizione militare pose fine alle minacce selvagge, disperdendone le bande armate, spingendo le une oltre le Cordigliere e assoggettando le altre alla Repubblica. Certo la carabina e la spada causarono danni spaventosi, e fu una dura necessità il far sentire a quelle genti la forza di cui potevan disporre i civilizzati che, per tanto tempo, nelle loro vandaliche invasioni avevan sofferto l'insulto di provocazioni superbe e l'ignominia d'innumerevoli e innominabili delitti.

E allora si potè sapere che cos'era la Pampa e la Patagonia. Gente avida dì curiosità, e di acquisti di terreno, si diede a percorrere quelle misteriose solitudini; uomini della scienza e nuove spedizioni militari presero pure ad esplorare quelle regioni sconosciute; gruppi di agricoltori corsero a cercarvi i tratti migliori; famiglie di commercianti cominciarono a stabilirsi nei punti di più facile comunicazione e nei centri incipienti...

Mentre tutti questi pionieri s'inoltravano nei luoghi più lontani della pianura e delle montagne, con loro si avanzavano anche i Missionari Salesiani inalberando la Croce, iniziando una nuova éra di pace e di concordia tra i vinti e i vincitori.

Gli indii, infatti, che sopravvissero alla conquista, ritornarono dal Chili e si adattarono alla vita sociale, e fu allora che il missionario potè iniziare l'opera di redenzione e di civilizzazione della Patagonia.

Vicario Apostolico.

Dall'8o all'83 i nostri perlustrarono l'immenso campo apostolico nelle linee più importanti, lungo il corso dei fiumi maggiori, visitando tutti i toldos (le misere capanne) degli indi e le fazende (le cascine) dei civilizzati, e i nuovi centri che venivano sorgendo.

Chi iniziò questa difficilissima missione anche al nord, fu il Sac. Giuseppe Fagnano, poi Prefetto Apostolico della Patagonia Meridionale e della Terra del Fuoco: e così fruttuoso fu il lavoro che nel 1883 si potè riferire alla Santa Sede che nei collegi aperti dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice a Patagones erano accolti più di 6o fanciulli e fanciulle; che i battesimi erano già saliti a 5328; che le esplorazioni si erano inoltrate sino alle Cordigliere - lungo le sponde del Limay fino al lago Nahuel-Huapí - del Neuquén al Norquin -- del Rio Colorado al deserto di Balcheta - del Rio Negro in entrambe le sponde; insomma che tutta la Patagonia Settentrionale, per un'estensione di oltre 35000 km. era stata esplorata dai Salesiani.

E la Santa Sede fin da quell'anno (1883) erigeva nella Patagonia un Vicariato ed una Prefettura Apostolica, investendo del primo il Teol. Giovanni Cagliero e della seconda il Sac. Giuseppe Fagnano. Il Vicariato comprendeva la Patagonìa Settentrionale e Centrale, a partire da Bahia Blanca al grado 42°, una superficie di 730.000 chilometri quadrati.

Preconizzato Vescovo tit. di Magida da Leone XIII nello stesso Concistoro in cui il venerando gran missionario Cappuccino Guglielmo Massaia veniva elevato alla Sacra Porpora e il Can. Giuseppe Sarto di Trevisco era preconizzato Vescovo di Mantova, Monsignor Cagliero ricevette la consacrazione episcopale in Maria Ausiliatrice per mano del Card. Alimonda, presente la vecchia mamma che contava 88 anni, e il Ven. Don Bosco che impresse il primo bacio sul suo anello pastorale.

Era l'8 dicembre 1884, ed a febbraio dell'85 partiva.

Doloroso fu il distacco per il figlio e per ii padre, che gli mandò ancora un saluto per mano di Don Bonetti al porto di Marsiglia, prima che salpasse per l'Argentina.

Il pensiero a Don Bosco.

Arrivato a Viedma, la notizia del suo arrivo si diffuse subito in tutto il Vicariato.

Gravi e lunghe furono le difficoltà che ebbe ad incontrare, ma ripetendo a tutti, in pubblico e in privato - La mia missione non è nè politica; nè commerciale, nè militare; è semplicemente spirituale e pacifica, è interamente rivolta al bene delle anime - si slanciò arditamente all'azione, col pensiero fisso a Don Bosco.

« I suoi figli - gli scriveva il 24 giugno dell'85 - in questo giorno del suo Onomastico guerreggiano e gareggiano tentando di superarsi l'un l'altro in santi trasporti di figliale affetto, di lodi, di benedizioni, di promesse e di viva cento e cent'anni per chi è loro Superiore, Benefattore e Padre! Invidiabile gara, nobile tenzone e giusto tripudio dei figli, dei fratelli e di tutta la salesiana famiglia! Pel suo primogenito e per i suoi figli d'America (oh! come lontana! ) non resta, in questo giorno di santa e non, comune esultanza, che il dolce ricordo del passato, che vorremmo convertire in un dolce presente, per dimostrarle ancor noi che in petto abbiamo valore e nel cuore sentimenti al pari di ogni altro! Quantunque lontani, però, abbiamo con noi, in noi e dentro di noi, stampate le parole: Don Bosco - Oratorio- Valdocco - e Maria Ausiliatrice! capaci a stuzzicare più che prosa, poesia e musica, ed a saziare ogni desiderio del nostro cuore!... »

E un anno dopo, per la stessa circostanza, poteva offrire al Ven. Padre 1300 battesimi d'indigeni del Rio Negro!...

Purtroppo il Card. Cagliero non ci ha lasciato un'esposizione completa del lavoro compiuto in tanti anni di apostolato, perchè non seppe rassegnarsi a star un po' a tavolino e preferì lavorare sino ai giorni estremi; tuttavia le molte lettere sue e dei zelanti coadiutori, Don Fagnano, Don Milanesio, Don Gavotto, Don Riccardi, Don Beraldi, ecc., ecc., pubblicate nel Bollettino Salesiano, formano una documentazione meravigliosa del bene che si compì e dei gravi sacrifizi che gli costò e ai quali andò incontro.

Sulle Cordigliere.

Memorando il gravissimo rischio che corse sulle Cordigliere nel 1887, al passo di Malal Cawallu, o Corral de los Caballos.

Era già salito a 2ooo metri e doveva salirne altri mille, prima di scendere al Cile. Il sentiero si snodava sul fianco di aspre rocce granitiche, strapiombanti nell'abisso; e il cavallo, cambiato di fresco, ad un tratto s'impennò, e si diede ad una fuga vertiginosa. » Noi - scriveva Don Milanesio, che accompagnava Monsignore - al vederlo in tal cimento soffrimmo i dolori di una angosciosa agonia. Avremmo voluto arrischiare e perdere la nostra vita per salvare la sua: ma il timore di spaventare di più il suo cavallo ci fece star fermi ed immobili. Dio mio, Dio mio... due volte sul ciglio di orribili precipizi ci parve che stesse per cadere!...

« E Dio volle che Monsignore conservasse sangue freddo e presenza di spirito, sicchè, abbandonandosi nelle mani di Maria SS., si gettò giù da vavallo in uno spazio, ove erano meno pietre e più piano e largo il sentiero... Così evitò la morte, perchè se avesse dato del capo in quei macigni... sarebbe andato in frantumi. Con tutto ciò la caduta non poteva essere che grave.

« Corremmo in suo aiuto... lo interrogammo come stesse e se fosse ferito, ma non poteva parlare: con grandi sforzi traeva un tronco respiro, che gli durò per due ore...

« Quando rinvenne, e riebbe l'uso della parola... vedendosi attorno i confratelli, tutti mesti e cogli occhi gonfi di lagrime: - Nada, nada; niente, niente (esclamò), non è nulla!

« E chiamato a sè Don Milanesio...: - E perchè piangi, mio caro Don Milanesio? perchè piangete tutti così? non vi affliggete di troppo; non è poi caso disperato il mio. Non fate come i bambini. Di tante costole che ho, credo di averne rotte solamente due: e vi par molto? Una o due di meno è cosa da nulla... Passerà anche questo... - Ed alzando li occhi al Cielo, e sforzando la voce: - Oh, disse, il Signore ha voluto così, e così sia; sia fatta adesso e sempre la sua santissima volontà. Maria Ausiliatrice, pregate per me!».

E si andò a chiamare un brav'uomo, che, nell'ultima tappa, aveva usato mille gentilezze a Monsignore e l'aveva anche accompagnato per un tratto, e godeva fama di guarire ogni malattia.

Corse, e Monsignore non appena lo vide:

- O mio caro signor Lucas, gli disse, ho bisogno di lei adesso: non saprebbe indicarmi se in queste vicinanze si potrebbe trovare qualche fabbroferraio ed invitarlo a venir presto...

- È difficile, rispose il brav'uomo, però non è impossibile... Ma perchè?

- Oh bella! proseguì sorridendo Monsignore, perchè m'aggiusti queste due costole che ebbero la disgrazia di rompersi o di uscire di posto nella caduta! - E, mentre così parlava, aveva il pallore della morte sul viso.

« Mentre stavamo pensando al modo di calmare le sue sofferenze - prosegue Don Milanesio - non avendo rimedio di farmacia, ci venne in pensiero quello descritto dal Vangelo e usato dal pio Samaritano. E non avendo olio, facemmo uso del solo vino, di quel vino che portavamo per la celebrazione della S. Messa. Due erano le ferite, prodotte da due coste sul fianco sinistro che si slogarono rompendo le carni e ammaccando alquanto il polmone: tutto il femore sinistro sino al ginocchio si trovò solamente contuso. Ed io stesso versai il vino sulle ferite, le fregai e le lasciai con un fazzoletto »

E si ripetè più volte quell'operazione, e null'altro.

Viva Maria Ausiliatrice!

Evidentemente Maria Ausiliatrice, che Monsignore aveva invocato nel gettarsi a terra, non aveva permesso che il colpo fosse mortale, e intervenne nel guarirlo, perchè, dopo 26 giorni soli, potè riprendere e compiere il viaggio.

Commoventi le feste che gli fecero a Chillan e a Concezione, dove si apriva di quei giorni la prima Casa salesiana cilena, e a Valparaiso dove l'accompagnò Mons. Fagnano, partito da Buenos Aires, non appena ebbe notizia della disgrazia. Duecento e più fanciulli, in conformità di un « sogno » che Don Bosco aveva fatto l'anno prima a Barcellona, li avvicinarono e seguirono festosi gridando:

- Finalmente sono arrivati i nostri padri, domani potremo venire a scuola da voi!

Il 24 maggio i due grandi missionari, Mons. Cagliero e Mons. Fagnano, passavano per la baia di Puntarenas con la speranza di poter celebrare messa in terra ferma; ma il vapore sul quale viaggiavano, il Magellan Liverpool, ripartiva senza fermarsi e «allora - scriveva Mons. Cagliero a Don Bosco - corremmo a Torino, e celebrammo in ispirito nella nostra invidiabile chiesa di Maria Ausiliatrice! »

Al letto di Don Bosco morente.

Ed era di ritorno a Torino la vigilia dell'Immacolata; Don Bosco era alla fine: ed egli, salvo dalla mortale caduta sulle Cordigliere, aveva sentito risuonargli al cuore una voce: - Va' a Torino ad assistere agli ultimi momenti Don Bosco!

Commoventissimo l'istante in cui si riabbracciarono. La musica suonava una marcia trionfale, e i giovani, che avevan fatta a Monsignore un'accoglienza entusiastica, lo seguivano con lo sguardo, mentre attraversava il ballatoio per andare alla camera di Don Bosco, quando trascinandosi a stento apparve il Venerabile sulla porta. Un applauso imponente scattò d'un tratto e si prolungò tra i più alti evviva a Don Bosco e a Monsignore, anche dopo che erano scomparsi.

Il 9 dicembre presentò al Venerabile una piccola india della Terra del Fuoco, che Mons. Fagnano aveva salvato, con altri selvaggi, nella prima escursione a quelle Terre:

- Ecco, carissimo Don Bosco, ecco una primizia che le offrono i suoi figli ex ultimis finibus terrae!

- Vi ringrazio - proseguiva la piccina, inginocchiata ai piedi del Venerabile e con accento ancor semibarbaro - vi ringrazio, carissimo Padre, di aver mandato i nostri Missionari a salvar me e i miei fratelli! Essi ci hanno resi cristiani e ci hanno aperto le porte del cielo!...

Don Bosco, con un dolce sorriso e col volto bagnato di pianto, dovette ripetere in quel momento il Nunc dimittis!...

Infatti, pochi giorni dopo, era costretto a mettersi a letto, e la vigilia di Natale Monsignor Cagliero gli recava solennemente il Viatico, e il 31 gennaio 1888 volava al cielo!

Monsignore, durante la malattia, disse che voleva far un passo a Roma per parlare delle Missioni col S. Padre; e Don Bosco gli aveva risposto: - Va bene, ma aspetta dopo!

E si fermò e così potè raccogliere, insieme con Don Rua, i suoi ammonimenti supremi:

- I Salesiani hanno per iscopo speciale di sostenere l'autorità della S. Sede, dovunque si trovino, dovunque lavorino

Raccomando a tutti i Salesiani che lavorino con zelo e ardore. Lavoro, lavoro!

Adoperatevi sempre e indefessamente a salvare le anime!

Se sapeste quante anime Maria Ausiliatrice vuoi guadagnare al cielo per mezzo dei Salesiani!

Promettetemi di amarvi come fratelli...

Raccomandate la frequente Comunione e la divozione a Maria SS. Ausiliatrice

Fate sempre del bene a tutti, del male a nessuno.

La nostra Società è condotta da Dio e protetta da Maria Ausiliatrice!...

Nuovo distacco.

Il 1888 lo passò in Italia. Il venerato Don Rua, succedendo a Don Bosco nel governo della Società Salesiana, nominò Mons. Cagliero suo Vicario Generale per tutte le Case dell'America Meridionale; e grande fu il lavoro che anche per questo venne a gravare le spalle del Vicario Apostolico della Patagonia, perchè non contento di avere larga parte in tutte le nuove fondazioni, più volte si portò a visitare anche le Case del Brasile, dell'Uruguay, e di altre Repubbliche SudAmericane, oltre quelle dell'Argentina.

Sul principio del 1889, Mons. Cagliero tornò adunque in America, e perchè si comprenda a quale generosità avesse temprato lo spirito, accenneremo al vero sacrifizio che gli costò quel nuovo distacco: « Io lottavo nel mio cuore - ebbe egli stesso a dichiarare - prima di decidermi a ripartire. Io amo la patria, ma desidero salvare i selvaggi. Amo l'America, ma anche l'Italia. Dovetti farmi violenza, ma la carità di Cristo per gli uomini trionfò nel mio cuore. Quindi ora parto, ma parte pure con me una schiera ben numerosa di forti, che bramano consacrare la vita in pro' delle Missioni. Già erano 10 pronti a venir meco, ma dissi: non basta! Ne vidi 20, e dissi: non basta! Ne vidi 3o: non basta ancora! Quando ne vidi 5o, allora dissi: basta, ora partiamo! ».

1889-1904. "Civilizzatore della Patagonia ".

Pro emigrati.

Ma qui, almeno di volo, conviene subito rilevare come nel suo programma di attività missionaria ebbe anche una gran parte l'assistenza spirituale agli emigrati, felice di visitare le loro colonie e di predicare nelle loro chiese, in italiano e in dialetto.

« Noi -- diceva - e in quel noi comprendeva tutti i Missionari Salesiani, memori della raccomandazione rivolta dal Ven. Don Bosco al primo drappello, non andiamo in America per i soli selvaggi; andiamo eziandio per i nostri poveri Italiani. Oh quanti son andati a gettarsi fra quelle immense deserte steppe a perdesi, a perdere la fede, la religione! - Sei tu italiano? chiesi un giorno ad un nostro connazionale che viveva in quelle terre dimentico di Dio e de' suoi precetti, e di costumi peggiori di quelli d'un turco. - Sì, sono italiano. - Vergògnati di essere venuto a portare lo scandalo a questi poveri Indii. Chi si adora in Italia? Cristo o Maometto? Tu dunque così disonori la patria? così calpesti gli ammaestramenti della patria? Io pure sono italiano, e appunto perchè italiano ho diritto a riprenderti, a dirti che fai male, a correggerti, perchè ti rimetta sul retto cammino ».

Ed aggiungeva con un senso di amarezza che gli si leggeva forte sul volto ampio e abitualmente sereno:

«Oh! quanti se ne incontrano che più non hanno sentimento di religione, che hanno dismessa ogni pratica di pietà. E questi coi loro costumi, colla loro vita diventano il disonore della patria nostra e lo scandalo di que' novelli cristiani. E noi Missionari, noi Salesiani andiamo pure in mezzo a questi poveri italiani, per dar loro comodità di frequentare la religione, di accostarsi ai SS. Sacramenti, per conservare la fede, per non perdersi l'anima ».

Eroi.

Tornato, adunque, a Viedma, sede del Vicariato, prese tosto a sviluppare l'ampio piano di evangelizzazione concretato con D. Rua, mediante l'apertura progressiva di nuove scuole e residenze ed istituti e l'erezione di chiese e cappelle. Era necessario per questo il progressivo e costante rinforzo di personale, e Don Rua fece ogni sacrifizio.

Così, dopo le quattro fondazioni di Patagones (1879), Viedma (188o), Rio Gallegos e Chos Malal (1888), non tardarono a sorgere quelle di Pringles e Roca nel 1889, Conesa nel 1891, di Rawson nel 1892, di Fortin Mercedes e Junin de los Andes nel 1895, di General Acha e Santa Rosa nel 1896, di Victorica nel 1897, di Choele-Choel nel 1901 e di S. Cruz nel 1904. Una fioritura di opere meravigliose, non già per lo splendore delle costruzioni, queste generalmente umilissime, ma per eroica virtù di chi ne accettava il funzionamento e la direzione! Come non ricordare l'abnegazione sublime dei missionari D. Domenico Milanesio, Don Taddeo Remotti, Don Matteo Gavotto, Don Bartolomeo Panaro, Don Giacomo Agosta, Don Evasio Garrone, Don Matteo Valinotti, Don Spirito Scavini e di tanti altri sacerdoti e coadiutori salesiani già passati all'eternità? Come non mandare un saluto fraterno a D. Giuseppe Maria Beauvoir, a Don Bernardo Vacchina, a D. Pietro Bonacina, a D. Giuseppe Brentana, a D. Andrea Pestarino, a D. Giovanni Beraldi, a D. Luigi Cencio e a tanti altri, cui auguriamo ancor molti anni quaggiù, perchè più grande abbiano a ricevere il premio nell'altra vita?

Privazioni e sacrifizi.

Sono incredibili le fatiche e i sacrifizi che i nostri sostennero, venti, trenta e quarant'anni fa nella solitudine delle loro case e nelle dure escursioni apostoliche, quando la Patagonia era ancora un deserto; mentre, oggi, ha lunghi tratti ferroviari e larghe zone coltivate, vari centri popolati e non poche colonie e stabilimenti agricoli e industriali, come aveva predetto Don Bosco.

Quante fatiche e quante privazioni!

« Una volta - narrava il Card. Cagliero - eravamo due soltanto; dopo avere attraversato il deserto, giungevamo alle 11 di notte ad una stazione militare, stabilita dal governo argentino lungo la via battuta per proteggere i rari viaggiatori. C'erano sette soldati.

« Noi non avevamo mangiato nulla durante il giorno, nè bevuta una stilla d'acqua. Domandammo qualche cosa da mangiare, non c'era neanche un briciolo di pane; qualche cosa da bere, non c'era un sorso di liquido. Per attingere acqua al più prossimo ruscello bisognava fare due leghe, otto chilometri.

« Uno dei soldati disse: -- Ha piovuto otto giorni fa; forse c'è ancora un po' d'acqua nel fosso, vado a cercarla.

« E tornò poco dopo con una bottiglia piena. La guardai e mi sentii rabbrividire; era letteralmente coperta di fango. Volsi le spalle al lume - un pezzetto di grasso in mezzo al quale era ficcato alla meglio un lucignolo di cotone -- e chiudendo gli occhi portai la bottiglia alle labbra. Bevvi e sentii che col liquido andavano giù in perfetto accordo corpi solidi e viscidi indefinibili. Mi fermai a metà e diedi il resto al mio compagno dicendo:

«- Chiudi gli occhi e bevi. * E poi:

« - Sia benedetta la Provvidenza che questa sera ci ha fatto trovare da bere e da mangiare nello stesso tempo! Se c'è un momento nel quale si deve avverare la promessa evangelica, fatta da G. Cristo ai suoi Apostoli, si mortiferum quid biberint non eis nocebit, è proprio adesso! »

L'episcopio.

Mons. Cagliero e compagni trovaron lena e conforto nelle promesse di Gesù Cristo, nell'ardore della carità, e nell'affetto per D. Bosco e per l'Opera Salesiana. Bisognava vedere, ad es., qual era nei primi anni l'episcopio: « ...Due camere di cinque metri per sei e alte quattro. Lo stile dell'architettura... patagonico, e la materia fango e pali. Le finestre, una per ciascuna camera, così ben connesse, che quando spira vento, cioè ogni giorno ed ogni notte almeno, le camere si riempiono di sabbia in tutta la loro estensione per un centimetro di altezza; e noi dobbiamo ogni momento ripulirci la persona, il tavolino, gli occhi... Che ginnastica!... che gusto! Con tutto ciò noi viviamo benissimo e siam contenti, perchè sappiamo di trovarci qui per volontà di Dio e del suo Vicario il Papa, e del carissimo nostro Don Bosco. Questo pensiero ci fa vivere felici, in mezzo al campo, sulle sponde del Nahuel Huapi e alle falde o sulle altissime vette delle Coridgliere! Non può immaginarsi l'effetto misterioso, inesprimibile, che produce in noi questo pensiero!...»

Cotesta vita estremamente mortificata e laboriosa, e riboccante di zelo per la salute delle anime, guadagnava al Vescovo e ai suoi missionari la stima e l'affetto universale.

Un giorno, mentre una squadra di indii attraversava Viedma, ecco che un vispo indietto si avvicina ad un dei nostri e gli domanda:

- E il Vescovo?

- Sta bene!

- Fàgli tanti saluti, perchè io gli voglio molto bene!

Quale era a Valdocco chierico e giovane sacerdote, tale restò Mons. Cagliero; Vescovn, Arcivescovo, Delegato Apostolico e Cardinale, in Italia e all'Estero, con i grandi e i piccoli, tra i civili e i barbari.

Semplice e affabile, senza posa, senza sussiego, sempre alla pari e sempre con una buona e faceta parola sul labbro, trattava con tutti fraternamente e di tutti si guadagnava il cuore.

In missione.

Bisognava vederlo sopratutto nelle lunghe escursioni apostoliche, quand'era circondato da centinaia e da migliaia di indii. Le sue predilezioni eran per i fanciulli, e da buon cavaliere (negli ultimi anni fu fatto Gran Cordone dell'Ordine Mauriziano) aveva sempre una parola più insinuante per i cacichi. Nelle stesse istruzioni catechistiche preferiva rivolgere loro la parola, anche per produrre maggior effetto nel cuore della tribù.

Quante volte l'abbiam sentito narrare così.

«- Sul far della sera, nel silenzio solenne di quegli immensi deserti, seduto io sovra la la sella del mio cavallo, circondato da centinaia di selvaggi che pendevano dal mio labbro dovevo rispondere ad un'interrogazione che le cento volte mi veniva fatta:

«- Dunque al di là di queste nostre regioni, al di là del mare, di altre terre, vi è chi pensa a noi?

«- Sì, rispondeva io, e l'essere io qui in mezzo a voi ve ne rende testimonianza.

- Dunque, o padre, dicci tante e tante cose; ci han narrato esservi un paese grande, molto grande, che si chiama Europa.

- Hai detto bene. L'Europa è un grande, paese: vedete il deserto? è interminabile! la volta del suo cielo è immensa. Ebbene quel paese col suo cielo è più vasto di questo deserto. Gli uomini vi sono in numero stragrande; superano i 300 milioni. Essi abitano in vaste ed alte case raggruppate in migliaia di città, e posseggono quella civiltà, che un Dio, fatto uomo, portò dal cielo in terra; e questa noi siamo venuti a portare a te ed alla tua tribù. Là in quel paese vi è una famosa città che si chiama Roma, e in questa città vi è un uomo, un grande uomo che pensa a voi. Egli è Colui che ci ha qui mandati, e si chiama Papa, perchè ha cuore di padre ed è padre di tutti. Oh Cacico! se tu vedessi quale interesse Egli ha per te e per i tuoi sudditi! ed è Lui che ci ha mandati per farvi del bene e per salvarvi. Intorno a Lui vi è una famiglia, che si prende cura di voi, e che ci diede i mezzi per venir qui tra voi. Questa famiglia si chiama Chiesa Cattolica; e suo Capo, suo Padre, è Colui che vi ho detto chiamarsi Papa. Ma sopra questo Capo, sopra questa famiglia, vi è un altro Padre che è ne' cieli, che tu hai già invocato con me questa mattina: - Padre nostro, che sei ne' cieli. - Questo Padre, questo grande Spirito, padre di tutti gli uomini, che ha costituito il Papa suo Vicario sulla terra, è venuto in questo mondo per istruire, redimere, salvare gli uomini e costituire la grande famiglia dei Cristiani. Lo han visto, ed hanno parlato famigliarmente con Lui migliaia e migliaia dei nostri antenati, ed hanno visto i miracoli strepitosi che Esso ad ogni istante operava. - E qui brevemente narrava della nascita, della vita, della morte e della dottrina di N. S. Gesù Cristo »

Siamo tutti fratelli!...

E dopo un istante di riposo, o meglio di commozione, proseguiva:

« Noi cattolici siamo una sola famiglia, con un sol cuore, un sol pensiero, una sola Fede, un solo Battesimo: siamo tutti fratelli, figli di un solo Padre. Oh! ti dico io, o Cacico, se tu venissi in Europa, a Torino, vedresti quali Chiese, quali sontuosi Santuari! ben altro di più maestoso che non la povera cappelletta che abbiamo innalzata noi qui. E vi vedresti tanta e tanta gente, raccolta a pregare Iddio, loro Creatore e Redentore... a supplicare la Vergine... Maria SS... Oh! se venissi, tutti guarderebbero te... ma non solo perchè sul volto hai diverso colore dai loro, non solo per vedere la tua veste di guanaco, ma perchè ti amano... perchè sanno che tu pure hai un'anima, come la loro, immortale, per la quale il comun Redentore è venuto su questa terra ed è morto sopra d'una croce...

«- O che bella cosa, mormoravano pensierosi i selvaggi, una famiglia sola!...

«- La famiglia cristiana, la famiglia cattolica!» concludeva Monsignore!

Episodi commoventi.

Mons. Cagliero aveva una maniera così semplice e scultoria nell'annunziare le verità di N. S. Religione anche agli idolatri, che si faceva capire da tutti.

Un giorno che visitò le scuole di Viedma e parlò alle alunne del gran dono della S. Comunione, una bambina di 7 anni manifestò vivo il desiderio di accostarvisi ella pure con le compagne. Sorridendo Monsignore le disse: - Ah! carina! tu sei ancora troppo piccola; la farai quando las guindas (le nostre amarasche) sieno mature. - La cosa finì lì; o parve almeno che fosse finita lì; ma non era così nella mente e nel cuore della piccina, la quale, con sorpresa di tutti, l'antivigilia della festa fissata per le Ie Comunioni, eccola presentarsi alla direttrice con dos bellas guindas staccate allora allora dalla pianta, e dire: -Le prenda e le mostri a Monsignore, perché veda che son mature e, quindi, mi lasci ricevere Gesù! - Si pensi se non fu esaudita!

E quanti di questi episodi!

«Ricordo sempre con viva emozione - narrava il Cardinale - l'ultima missione che feci nel 1902. Mi aveva mandato a chiamare il vecchio cacico Namuncurà, che nel lontano esilio presso la Cordigliera sentiva oramai appressarsi la morte. Per raggiungerlo feci i 5oo chilometri a cavallo, fermandomi in tutte le missioni che incontrai per via. Viaggio incantevole! In quel tratto della Cordigliera ben otto laghi rispecchiano il cielo tra le cime aguzze dei monti, ed uno di essi è navigabile. Il venerando capo patagone aveva allora 86 anni e ci accolse come inviati dal cielo. Volle essere battezzato con tutta la famiglia e la tribù, fu cresimato, fece la sua Prima Comunione con umiltà e semplicità dì fanciullo. Tutto lieto andava ripetendo:

« - Ora muoio contento, ora muoio buon cristiano!

« Stavo per lasciarlo, quando pensò ad una cosa che io stesso avevo dimenticato, e:

«- Quiero sepultar cristiano, mi disse. (Voglio essere seppellito cristianamente!)

« E allora scegliemmo un angolo di verde silenziosa pianura, chiusa tra le rocce imminenti, e là benedissi il cimitero cristiano, dove il vecchio capo e i suoi potessero dormire un giorno l'ultimo sonno all'ombra della Croce. Partendo, lo abbracciai e lo salutai come un fratello».

Con questa soavità di tratto, per tanta bontà di cuore, destò anche l'ammirazione dei protestanti. Proprio in quell'ultima escursione, che durò sei mesi, s'incontrò con un naturalista nord-americano, il quale, stupito dell'abnegazione di Monsignore e dei missionari, non si trattenne dal dichiarare: - Son protestante, ma ammiro il sacerdote cattolico, perchè se io mi espongo a mille privazioni per amore della scienza, vedo che loro affrontano mille sacrifici per il bene del prossimo!...

I frutti (1879-1904).

Così nei primi 25 anni di lavoro nella Patagonia Settentrionale e Centrale l'Opera di Don Bosco poteva contare al suo attivo:

14 Parrocchie e 15 Chiese pubbliche senza contare le Cappelle interne, e quelle costrutto in mezzo alle campagne, per le Missioni al campo;

9 Collegi con alunni interni;

1 Scuola di arti e mestieri e 3 di agricoltura;

9 Esternati, annessi quasi tutti ai collegi interni;

2 Case per la formazione del personale;

8 Asili infantili, affidati alle Figlie di Maria Ausiliatrice;

2 Ospedali e asili per invalidi; i importantissima farmacia a Viedma;

3 circoli di operai e numerose associazioni religiose;

5 osservatori meteorologici.

Ma l'accenno è troppo rapido e perde il suo valore. Ognuna di queste opere dovrebbe essere illustrata con apposita monografia; ad es. l'Ospedale di Viedma, iniziato dalla carità di Mons. Cagliero e dotato di proprii locali, dove vivrà in benedizione anche il nome di un altro missionario salesiano piemontese, nativo del Monferrato, D. Evasio Garrone, che fu contemporaneamente buon medico delle anime e dei corpi. « In generale tutti gli infermi, siano curati ed assistiti a domicilio, siano ricoverati nell'ospedale, muoiono cristianamente; se indii, si battezzano, alcuni già battezzati fanno la loro prima Comunione in punto di morte; molti cattolici vi ritrovano la fede perduta; e i dissidenti, cioè protestanti, scismatici ed anglicani, confusi dalle materne sollecitudini della Religione Cattolica, la riconoscono di molto superiore alla loro, e leggono volentieri i libri che vengono loro offerti per istruirsi». Ed a questo ospedale più volte furon visti presentarsi, inattesi e provenienti da luoghi distanti più centinaia di chilometri, poveri indii malati, bisognosi di qualche operazione.

- Come sei qui? chi ti ha mandato? - Il Missionario!...

- Ma presentemente non c'è nessun Missionario in missione sul luogo donde vieni?

- Sì, l'incontrai al punto tale,... e poi, incerto della direzione del cammino, l'ho riveduto nel tal altro punto... e mi ha nuovamente incoraggiato a venir qua.

E condotti nella sala dei consulti o delle operazioni, vedendo il ritratto di Don Bosco, esclamavano : - Ecco il Missionario che mi ha mandato!...

Mons. Cagliero godeva un mondo nel raccontare questi episodi; ma quando nel 1904, promosso dal S. Padre Pio X, di ven. memoria, Arcivescovo tit. di Sebaste, fu a congedarsi dal General Roca, Presidente della Repubblica Argentina, il quale lo accolse con ogni onore, salutandolo enfaticamente: - Ecco il civilizzatore della Patagonia! - dovette certo ripensare alla profezia del Ven. Don Bosco e nell'abituale modestia ripetere anche allora il grido che gli era spontaneo di fronte ai prodigi e alle benedizioni divine, e che gli eruppe più volte in solenni adunanze commemorative dell'azione sua missionaria:

- SOLI DEO HONOR ET GLORIA!

Le cifre.

Anche in cifre, non meno eloquenti, così si può sintetizzare l'attivo dei primi 25 anni delle Missioni Salesiane nella Patagonia Settentrionale e Centrale:

BATTESIMI 47.000 - di cui i 5.ooo ad indigeni.

CRESIME 15.000.

COMUNIONI 1.000.000- Sì UN MILIONE - 400.00o nelle pubbliche chiese e nelle missioni al campo - e 6oo.ooo nelle cappelle degli Istituti Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

A Viedma, a Patagones, a Roca, Rawson e in altri centri la vita religiosa era già fiorente: fiorenti le compagnie religiose tra i giovani e gli adulti; fiorenti, le Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli e i Circoli di Operai Cattolici, e l'Apostolato della preghiera e la Guardia d'onore, perchè fiorenti la divozione alla Madonna e il culto a Gesù Sacramentato. Quando nel 19o9 Mons. Cagliero celebrò le episcopali sue nozze d'argento, la Patagonia cristiana gli inviava in segno di sentita riconoscenza un calice d'oro massiccio!:

1905-1926. Visitatore, Delegato Apostolico e Cardinale.

Visitatore Apostolico.

Poteva, quindi, tornare in Italia lieto dei manipoli raccolti; e in quell'ultimo viaggio dalla Patagonia - chè altre volte aveva attraversato l'oceano in occasioni solenni (come il IV Centenario della Scoperta dell'America, la rielezione di Don Rua a Superiore Generale, il III° Congresso Internazionale Salesiano e l'incoronazione di Maria Ausiliatrice), o per raccogliere il personale e i mezzi necessari per lo sviluppo della civilizazione iniziata - l'accompagnò la riconoscenza e l'ammirazione di tutta quanta l'Argentina.

« Compiuto il suo apostolato nella Patagonia - scriveva il giornale La Patria degli Italiani di Buenos Aires - parte per l'Italia, sua indimenticabile patria, Mons. Giov. Cagliero, Arcivescovo tit. di Sebaste.

« Da quando i Salesiani misero piede nel territorio patagonico, verso il 1875, monsignor Cagliero pose tutto lo zelo, l'energia, l'intelligenza e il fervore di cui può essere capace un sacerdote virtuoso, profondamente compreso della sua missione di carità, a diffondere in quelle solitudini i benefizi della fede cristiana. Nè disagi, nè resistenze, nè penuria di mezzi, nè pericoli valsero a intiepidire il suo animo, a indebolire la sua fibra di combattente in nome della civiltà e del benessere morale e materiale di quelle popolazioni quasi barbare...

« Quello che cinque lustri indietro era nido di selvaggi, ora è terra di genti civili. Per opera dei salesiani, guidati da Monsignor Cagliero, la Patagonia si è trasformata...

« Con Monsignor Cagliero parte un giovanetto quattordicenne, figlio di Namuncurà, il fiero cacico, re della Pampa... Non è un ostaggio che egli porta a Roma; è la prova evidente del bene che i salesiani operano nella Patagonia, dell'affetto di cui si circondano, della luce che spargono in quelle popolazioni ignoranti, povere e fino a ieri ribelli all'azione della civiltà » .

Mons. Cagliero contava allora 66 anni: e chiese ancora del lavoro; e il S. Padre Pio X gli affidava la visita apostolica delle diocesi di Piacenza, Savona e Bobbio... dove la sua memoria è in benedizione.

Ed era ancor occupato nelle visite diocesane, quando, nel 19o8, telegraficamente, e d'urgenza, fu chiamato a Roma.

In una riunione di Cardinali, convocata per ristabilire le relazioni diplomatiche con gli Stati Centrali d'America, sempre in preda a civili perturbazioni, il Card. Rampolla, sagace conoscitore di cose e di uomini, aveva proposto il nome di Mons. Cagliero; perchè, ancora semplice Missionario, aveva spiegato un gran tatto diplomatico, mantenendo personalmente le più cordiali relazioni con gli uomini politici dei varii Stati, e ciò col fine apostolico d'impedire che si facessero leggi contrarie alla morale cristiana. Per lui, infatti, si videro ristabilite nella Repubblica Argentina le relazioni con la Santa Sede rotte da ben dodici anni, scongiurata la legge del divorzio, ed eletti Vescovi pieni di zelo. che fecero rifiorire la pietà e la vita cristiana.

E Pio X con l'unanime consenso dei Cardinali fu lieto di accogliere la proposta che presentava tali caratteri di felice riuscita.

Quando Mons. Cagliero n'ebbe l'annunzio dal Sommo Pontefice, cercò di stornare tanto peso, esclamando con accento di rispettoso diniego:

- Santità, son vecchio!

E a lui bonariamente il Pontefice:

- Ed io più di voi, Monsignore; ed ho tutta la Chiesa sulle spalle!

E Mons. Cagliero lasciò la città eterna per accingersi con ardor giovanile alla nuova impresa.

Delegato Apostolico.

Grande fu l'entusiasmo di quelle Repubbliche, quando seppero della sua nomina a Delegato Apostolico e Inviato Straordinario; e all'entusiasmo furono pari le accoglienze.

Non gli mancarono difficoltà d'indole delicatissima, specie in alcune regioni, nelle quali ci voleva tutto lo zelo e tutto il tatto di un animo grande e d'un gran cuore illuminato dalla carità sublime di N. S. Gesù Cristo. E a poco a poco sotto l'influsso soave dell'abituale dolcezza, di cui sapeva rivestire anche le ardue imprese, e col suo zelo tenace vinse ogni difficoltà, come per incanto. I Vescovi ed i Capi dei Governi ravvisarono nel rappresentante della Santa Sede il consigliere illuminato ed integerrimo, e l'amico sincero e leale, e s'inchinarono a lui riverenti giovandosi dei suoi consigli e gloriandosi di averlo ospite, mentre ambasciatori e ministri andavano a gara per essergli al fianco.

Non è quindi a stupire, se pel suo tramite furono presto riallacciate le più cordiali relazioni fra quei Governi, e se da alcuni di essi ottenne la revisione e la correzione della legislazione sociale, conformandola allo spirito cristiano; che si abrogasse, ad esempio, la legge ormai centenaria della soppressione degli ordini religiosi. Dappertutto, poi, costumando nelle visite alle città principali, recarvisi accompagnato da parecchi zelanti confessori e predicatori, cessato l'entusiasmo delle accoglienze, soleva bandire una missione apostolica e si prestava egli stesso per le confessioni e le funzioni solenni, raccogliendo frutti copiosi.

In breve, anche Delegato Apostolico e Internunzio Straordinario della Santa Sede, l'umile alunno di Don Bosco, che del Padre aveva sempre l'immagine negli occhi e l'affetto nel cuore, continuava a spiegarne instancabilmente la bandiera: « Da mihi animas, coetera tolle », fedele alla promessa che aveva fatto il giorno, che, prendendo come stemma suo lo stemma Salesiano, ne aveva sostituito il motto con un altro che fu un vero giuramento. solenne: - Sempre sulle orme di Don Bosco, col suo spirito, col suo sistema; questo sarà il mio programma; questa la via che mi riprometto di percorrere con la grazia di Dio: «RECTO FIXUS CALLI EROI».

Cardinale di S. Chiesa.

E continuò la stessa via, anche Principe di S. Chiesa. La sua promozione alla S. Porpora andò unita ad una data solenne per l'Opera Salesiana: al I° Centenario della nascita di Don Bosco!

Come sono ammirabili le vie della Provvidenza! Cent'anni fa, proprio in questo mese, ancor semplice pastorello, il Venerabile Padre tornava da Buttigliera d'Asti, dove era stato alla missione indetta per il Giubileo esteso da Papa Leone XII al mondo cattolico, e sentendo, dopo un « sogno » sempre forte il desiderio d'abbracciare lo stato ecclesiastico per dedicarsi tutto alla gioventù, svelava questo suo desiderio al venerando Don Calosso, che gli prometteva di facilitargliene la via. Poteva allora pensare che il Signore avrebbe così largamente benedetto la sua corrispondenza, fino a dargli in così poco tempo migliaia e migliaia di figli cui egli avrebbe aperto la via del Santuario, e che tra questi ce ne sarebbe stato uno,... del suo stesso paese, che si sarebbe distinto tra gli altri e dopo aver portato il suo nome agii ultimi confini della terra, lo avrebbe reso più caro e venerato nel centro stesso del Cattolicismo?

Certo, fu una gloria per Don Bosco la promozione di Mons. Cagliero alla Sacra Porpora nell'anno centenario della sua nascita - e un'intima gioia per il Cagliero il poter dare, con tal promozione, nuovo lustro all'Opera Salesiana.

Giunto a Roma la mattina stessa in cui l'attendeva l'annunzio ufficiale del Cardinalato - 6 dicembre 1915, - nel ricevere, non appena celebrata la S. Messa, il messaggio pontificio, ringraziava il Sommo Pontefice Benedetto XV per l'altissima dignità onde aveva voluto onorare il minimo dei minimi, l'ultimo dei suoi figli, e se ne rallegrava per l'onore che ne veniva, non alla sua persona, « ma alla Società Salesiana, al Venerabile: non propter me, sed propter meos, per i Figli di Don Bosco, tutti e dappertutto unicamente intesi, come voleva il Padre, alla salvezza delle anime ». Ed accettando, con gli onori, anche gli oneri della Sacra Porpora, rinnovava il proposito di voler prestare nonostante l'inoltrata età - aveva 78 anni - i servigi suoi alla Chiesa, fedele anche in questo agli insegnamenti di Don Bosco, che ripeteva sempre: «Noi ci riposeremo, ci riposeremo, ma non nel tempo, nell'eternità ».

L'8 dicembre, già pieno di tanti ricordi, gli venne imposta la berretta cardinalizia; il 9 il cappello e l'anello; e la domenica seguente, il 12, prendeva possesso del Titolo, che gli era stato assegnato, di S. Bernardo alle Terme.

E in quella circostanza, con apostolici linguaggio che ricordava il Missionario che aveva speso la vita nel diffondere la luce del Vangelo e gli splendori della civiltà, rilevando le vie della Divina Provvidenza la quale, come aveva disposto che sui ruderi della civiltà pagana sorgesse la civiltà cristiana, volle anche che quell'edificio, cementato dai sudori e dal sangue dei cristiani, fosso convertito in un tempio del vero Dio e dedicato ad uno dei grandi dottori della Chiesa in cui rifulsero specialmente tre amori:

« Questi tre amori, esclamava, l'amore della perfezione cristiana, l'amore alla Vergine benedetta, l'amore verso il Vicario di Cristo, io li appresi fin dai più teneri anni alla scuola del mio gran Padre e Maestro! Don Bosco, infatti, chiamavaci alla perfezione e destinavaci alla salvezza delle anime, dopo averci durante tutta la vita condotti a piedi della Vergine ad attingere crescenti energie ed ai piedi del Vicario di Cristo per aumentare i tesori della fede. Anche al letto di morte io raccolsi dalle labbra del mio tenero Padre quest'eredità, gelosamente custodita, e che terrò sempre preziosissima ».

L'amore al Papa! «Quando ho la fortuna di andare al Vaticano e di trovarmi alla presenza del S. Padre, penso - ci diceva - alla gioia di Don Bosco nel veder così spesso un figlio suo col Vicario di Gesù Cristo. E questo pensiero mi commosse il giorno che potei avvicinare il S. Padre Pio XI, quando impartì la prima Benedizione Apostolica dalla loggia di S. Pietro! » .

E del Padre serbò e praticò e non si stancò mai di raccomandare gli altri ammaestramenti: - lo spirito di famiglia, la cura della gioventù e delle vocazioni, la frequenza ai SS. Sacramenti, e, sopratutto, lo scopo supremo della Società: la salvezza delle anime.

« Perchè mai Don Bosco ha fondato l'Oratorio? perchè ci ha radunati in Società? perchè ha inviato me nella Patagonia e tanti altri suoi figli in altre parti del mondo? - ripeteva pochi anni fa, una sera, dando la « Buona notte» ai giovani dell'Oratorio. - Perchè il nostro Venerabile D. Bosco voleva la gloria di Dio, la guerra al peccato e la salvezza di tutte le anime: Da mihi animas, coetera tolle! « L'Oratorio e la Società Salesiana - ci ripeteva più volte con ardore - sono opere di Dio, e Dio le ha suscitate unicamente per combattere il peccato e per salvar delle anime. Se un giorno non dovessero più rispondere allo scopo, prego Dio fin d'ora che abbia a tornarle nel nulla! »

Da questa piena ed intima comprensione dello spirito di Don Bosco, il Card. Cagliero attinse fino alla morte anche l'amore al lavoro, per cui non indietreggiò mai, quando l'opera sua, anche una parola o un consiglio, potesse fare del bene.

Vescovo suburbicario.

Don Bosco, come gli aveva detto che fin dal 1854 aveva intuito che sarebbe andato missionario ed avrebbe raggiunto la pienezza del sacerdozio, gli disse anche:

- E poi ti richiameranno in Italia e ti affideranno una diocesi!

Quest'ultimo profetico accenno del Venerabile (chè non glie ne fece altri, nemmeno circa l'età che avrebbe vissuto, benchè se ne sia sparsa la voce per una frase che si legge nella cronaca di Don Viglietti) parve si dovesse compiere ancor prima che andasse Delegato Apostolico al Centro America: ma non si avverò che alla fine del 1920, quando, dopo la morte del Card. Boschi, optò alla Sede Suburbicaria di Frascati. L'amore al lavoro e la devozione al Papa ve lo consigliarono; e benchè avesse già 83 anni, non fu senza frutti preziosi nemmeno il suo governo in quella diocesi. Volle e potè visitarla più volte; vi celebrò un solenne Congresso Eucaristico, che presiedette come Legato Papale; e, durante l'Anno Santo, fu orgoglioso di accompagnare ai piedi del S. Padre forse il maggior numero di pellegrini.

Sempre salesiano.

Elevato alla S. Porpora, non si allontanò da noi, ma prese stanza nell'Istituto del S. Cuore in Via Marsala, dicendo che non avrebbe potuto vivere senza sentire ogni giorno il chiasso festoso dei giovani, che gli ricordavano gli anni più cari.

E, realmente, com'era raggiante, quando scendeva tra loro! La prima volta che vi comparve dopo il Concistoro e lo salutarono « Viva il Cardinale!», fe' cenno di voler parlare, e tra il più pronto universale silenzio li ammonì:

- Non dite il Cardinale, ma il nostro Cardinale, perchè son sempre figlio di Don Bosco, come voi!...

E il nostro Cardinale era proprio l'amico di quell'ampia schiera giovanile. Quando compariva tra loro, tutti lo circondavano festanti; ed egli li rimandava subito a giuocare, per passeggiare su e giù sotto i portici soltanto con alcuni, conversando e scherzando com'uno di loro.

Dal 1916 in poi, d'estate, veniva ogni anno in Piemonte. Aveva una grande nostalgia per i luoghi che gli rievocavano tanti cari ricordi, e li preferiva anche ai più ameni e climatici per un po' di riposo.

Prese parte ai Congressi Eucaristici di Genova e di Bergamo, felicissimo di vedersi circondato da fanciulli; fu ad Oropa in occasione delle feste centenarie; a Milano per la consacrazione del tempio monumentale di Sant'Agostino; ad Alba, Saluzzo, Ivrea e in altre città per funzioni sacre. Nel 1924 si spinse fino a Lubiana, per l'incoronazione di un'immagine di Maria Ausiliatrice; e di là salì a visitare i Salesiani d'Austria, di Baviera e di Polonia, suscitando, dappertutto, con la sua bontà, colla sua edificazione, colla sua imperturbabile serenità, col suo grande affetto a Don Bosco, unanimi consensi di ammirazione ed imponenti dimostrazioni.

Ma preferiva le umili camerette di Valdocco, dove, ad indicar la sua presenza, per dieci anni noi abbiamo visto attaccato con uno spago sopra la porta, a corona di due strisce di vecchio damasco, il suo Stemma... modestamente dipinto su di un pezzo di cartone!... « E ce n'è basta!» diceva. Faceva qualche gita a Pinerolo tra gli orfani di guerra, a Nizza Monferrato per infervorare nello spirito di D. Bosco le Figlie di Maria Ausiliatrice; a Castelnuovo d'Asti, alla casetta di Don Bosco ai Becchi, e a Valsalice, dove, regolarmente, presso la tomba del Padre compiva insieme con i confratelli, con profondo raccoglimento, ogni anno, gli esercizi spirituali.

L'anno scorso restò a Torino fin dopo la solenne commemorazione del Cinquantenario delle Missioni, e l'ultima volta che andò fuori di città fu per recarsi ad Ivrea a salutare gli aspiranti missionari raccolti nell'Istituto che, con orgoglio, porta il suo nome.

Quando partì per Roma, appariva ancora così vegeto e robusto, che nessuno, forse, ebbe il minimo dubbio di non più rivederlo!

+ 28 febbraio 1926.

Il Signore aveva disposto altrimenti! Non fu lunga nè grave la sua malattia: ma la gravità venne per la sua delicatezza estrema, la quale gli fece tener nascosto il male. Un grave attacco uricemico, non scongiurato a tempo, lo trasse alla tomba. Visitato dal

Dott. Festa e dal Dott. Marchiafava, si sperava che potesse ancora scongiurarsi l'infezione. Egli però presentiva la fine.

Da tempo, con la preghiera prolungata e con più intimo raccoglimento, vi si andava preparando. Si confessava regolarmente, ogni sabato; e il penultimo della vita, ricevuta l'assoluzione, fu udito esclamare con forza:

« Siamo preparati! »

Durante la malattia faceva ogni giorno la S. Comunione. Commovente fu l'ultima che gli venne recata il 27 febbraio dall'Arcivescovo Salesiano Mons. Guerra, già suo Segretario. Come vide l'Ostia Santa, allargò le braccia in segno di saluto, e ricevute le Sacre Specie, congiunse le mani e chinò la fronte ripetendo tre volte a chiara voce: -

Custodiat animam meam in vitam aeternam!... - E, a lungo, restò assorto in preghiera.

Durante quel giorno, e fu l'ultimo, crebbero le speranze di vederlo guarito. Alla sera volle confessarsi (era sabato) e poi ricevere da Mons. Guerra la Benedizione Papale. «Son contento - diceva - delle preghiere che si fanno per me in tante nostre case, ma ciò che mi conforta maggiormente è la Benedizione Apostolica, che mi manda ogni giorno il S. Padre».

Verso le 22,30 congedò tutti, e si mise a riposare.

Ma poco dopo lo colse un nuovo attacco, e non disse più una parola. Gli fu amministrata l'Estrema Unzione e ripetuta la Benedizione Papale; ed alle 3,30 della domenica 28 febbraio, d'un tratto cessò i forti e interrotti respiri, aperse le labbra ad un lungo sorriso, e soavemente spirò...

Quel sorriso... fu un ultimo saluto ai confratelli che lo circondavano, o la risposta ad un altro sorriso, che gli brillava dalle soglie celesti?.

Certo - diceva l'E.mo Card. Maffi nel suo messaggio di condoglianza - in quell'istante «in paradiso dovettero esultare nei più fervidi amplessi Don Bosco, Don Rua, Don Albera... e cento e cento altri, ai quali il grande Cardinale era stato figlio, fratello e padre!... »

E freme onoranze.

La salma - rivestita dell'abito cardinalizio, con il Crocifisso nelle mani e i lineamenti così belli e sereni come se dormisse un sonno tranquillo - venne esposta nella camera ardente, e finchè non venne chiusa nella cassa fu mèta di un continuo pellegrinaggio di popolo ed Istituti maschili e femminili, e venerandi religiosi e Prelati, Autorità e membri del Corpo Diplomatico, ed E.mi Cardinali.

La sera del 2 venne visitata anche dall'E.mo Card. Pietro Gasparri, Segretario di Stato e nostro venerato Protettore; e subito dopo, sotto la sorveglianza del Prefetto delle Cerimonie Pontificie Mons. Respighi, veniva trasportata alla Basilica del S. Cuore.

Presiedeva la cerimonia il rev.mo Parroco, e seguivano il feretro gli Ecc.mi Mons. Guerra, Arcivescovo tit. di Larissa, Mons. Olivares, Vescovo di Nepi e Sutri, Mons. Munerati, Vescovo di Volterra, i membri del Consiglio Superiore ed altri Superiori della nostra Società, e un gran numero di altri Religiosi, Sacerdoti, Prelati, e una folla di popolo di tutte le classi sociali, con larghe rappresentanze di Circoli ed Associazioni cattoliche.

Il 3, mercoledì, venne celebrata la Messa pontificale di Requiem da Mons. Felice Ambrogio Guerra, assistito dai chierici della Cappella Pontificia. All'altare servivano i nostri.

La bella Basilica fu insufficiente ad accogliere tutti coloro che accorsero a rendere alla salma del Card. Cagliero l'estremo tributo.

Per gli E.mi Cardinali venne eretto una tribuna con grate innanzi all'altare di San Giuseppe, ove presero posto gli E.mi Vannutelli, Vico, Granito Pignatelli di Belmonte, Pompili, Gasparri Pietro, van Rossum, Lega, Scapinelli, Ranuzzi, Sbarretti, Ascalesi, Locatelli, Bonzano, Gasparri Enrico, Bisleti, Laurenti, Mori, Ehrle, Sincero, Lucidi, Galli e Verde. Mancavano appena i Cardinali appartenenti al Sant'Uffizio, che tenevan Congregazione.

Presso la tribuna dei Cardinali era quella del Corpo diplomatico. Nella cantorìa i famigliari, il nipote Giovanni, il pronipote Felice, il segretario Don Tornquist e il fedelissimo Giovanni Castella.

Ai lati del letto funebre e tra questo e l'altar maggiore v'era una folla di Monsignori, Superiori di Ordini ed Istituti Religiosi, Vescovi, Arcivescovi, alti Prelati della Corte Pontificia, ed altri illustri Personaggi ammiratori dell'Estinto.

In posti speciali assistevano anche il Governatore di Roma Senatore Cremonesi, il Comm. Sarno in rappresentanza del Ministro degli Interni S. E. Federzoni e del Prefetto di Roma, il Generale Tagliaferri in rappresentanza di Castelnuovo d'Asti, il Senatore Frola per la città di Torino, ed altri Senatori e Deputati. I membri del Consiglio Superiore della nostra Società e i Vescovi Salesiani erano insieme col Procuratore Generale, e gli Ispettori, i Direttori ed una larga rappresentanza di Salesiani.

La Diocesi Suburbicaria di Frascati era rappresentata dal Vicario Generale ed Arciprete Mons. De Angelis, dai Rev.mi Canonici e da tutti gli Arcipreti e Parroci della Diocesi, dal Commissario Prefettizio di Frascati Generale Miani, dalle rappresentanze dei Minori e dei Padri Scolopi, e dei Circoli ed Enti cattolici, e da altre personalità.

Terminata la Messa, Sua Eminenza il sig. Card. Vincenzo Vannutelli, Vescovo Suburbicario di Ostia e Palestrina e Decano del Sacro Collegio, in abiti pontificali, assistito dai Chierici della Cappella Pontificia, uscì dalla sacrestia per prender posto al faldistorio situato ai piedi del letto funebre. Fu intonato il Libera e l'Eminentissimo impartì assoluzione.

Durante la funebre cerimonia - che venne diretta dai Maestri delle Cerimonie Pontificie Mons. Capotosti e Mons. Bonazzi e dallo stesso Prefetto Mons. Respighi - la Cappella Musicale Pontificia, sotto la direzione del suo Maestro Mons. Lorenzo Perosi, eseguì scelta musica liturgica.

Il trasporto al Verano.

Non meno imponente fu il trasporto della salma al Verano.

Apriva il corteo la Croce, venivano quindi gli Esploratori, i giovani degli Oratori festivi e Scuole esterne del Testaccio, della Scuola pratica di agricoltura del Mandrione, dell'Ospizio S. Cuore, di Villa Sora di Frascati, le rappresentanze di altri Istituti maschili, gli Oratori festivi femminili, gli Istituti delle figlie di Maria Ausiliatrice e le rappresentanze di altri Istituti femminili.

Il carro funebre era preceduto dalla Croce astile dal piccolo Clero, dai chierici di Genzano, dal Clero Salesiano, e dal Parroco del S. Cuore Don Brossa.

Seguivano i parenti ed i famigliari dell'estinto Porporato, il rappresentante di Castelnuovo d'Asti, l'Arcivescovo Mons. Guerra ed i Vescovi Monsignori Munerati ed Olivares, il Capitolo Superiore ed il Procuratore Generale dei Salesiani, gli Ispettori degli Istituti Salesiani, i Canonici e Parroci della città e Diocesi di Frascati, i Direttori degli Istituti Salesiani, le Superiore, e le Direttrici delle Figlie di Maria Ausiliatrice, i rappresentanti dei Cooperatori Salesiani e degli Ex-allievi, e le rappresentanze di Associazioni e Circoli cattolici.

Una folla composta di ogni ceto e condizione chiudeva il semplice e grandioso corteo, mentre altro popolo riverente faceva ala lungo il cammino.

La salma, giunta al Verano, dopo la recita delle preci e la benedizione, venne deposta, in mezzo alla commozione generale, in un loculo della Cappella della Congregazione di Propaganda Fide.

"Ave, Princeps !... Vale, frater !"

Non lo dimenticheremo mai..., l'avremo sempre dinnanzi!

« La sua figura maschia e possente rivestita della porpora cardinalizia era davvero magnifica. Non alto, non robusto e tarchiato, egli stava nella lussuosa tunica con tranquilla signorilità: procedeva con l'abituale passo, fermo, sicuro, soffermandosi fuggevolmente ma solidamente su di un piede in atteggiamento virile, come di chi conquisti il terreno a poco a poco, senza premura, e riprendendo tosto il cammino, eretto sulla persona, diritto, dominatore. Il volto pieno, sotto la bella fronte, spaziava in larghe linee, si architettava in una vasta struttura dalla quale traspariva la vigorìa interiore: forte il naso, un po' ricurvo; l'occhio tagliato netto e sorridente. V'era in lui a tratti un'espressione quasi aquilina, d'uomo, qual'egli era, superiore: ma quel respiro, quell'ampiezza, quella volontà spirituale non tardavano a schiudersi in una dolcezza, in una bontà, in una carità di sorrisi, che facevano del grande missionario, dell'illustre diplomatico, dell'infaticabile civilizzatore, il più mite e il più paterno degli uomini. Questo il suo segreto fascinatore, questa la sua potenza, cui era difficile sottrarsi: il prelato insigne, intelligentissimo, energico, che a prima vista poteva incutere un reverenziale timore, una specie di timidezza, si rivelava subito, dopo due parole, bonario, gioviale, indulgente, degno discepolo di Don Bosco. Il dialetto piemontese che fioriva sulle labbra di questo piemontesissimo viaggiatore, era come un conforto, una grazia, una tenerezza paesana, che tanto più faceva spiccare l'intima grandezza morale, l'impeto generoso di quegli che si recò modesto e silenzioso a cristianizzare la Patagonia, e conobbe le genti barbare, e le sottigliezze e gli intrighi e le miserie di popoli diffidenti e ostili, ed il gigantesco mistero che uomini fa estranei ad altri uomini sotto cieli ignorati, in paesi -diversi e incomprensibili. Ma la sua forza, il suo coraggio, la sua audacia fu quella di tutto comprendere, di voler tutto comprendere e benedire: il pianto dei bimbi come l'oscura bestialità del selvaggio. Il cardinale Giovanni Cagliero, con quel suo maschio e paterno e talvolta burlesco cipiglio, era nato a redimere, a riscattare lagrime e sangue» (1).

Per noi fu sempre un fratello, per gli allievi un compagno, e per gli ex-allievi un amico. Non suonino irriverenti le nostre parole. In lui tutti veneravamo il primo figlio del Ven. Don Bosco, insignito della pienezza del sacerdozio nello splendore della Porpora, ma egli fu sempre l'amico, il compagno, il fratello nostro.

A lui, quindi, il nostro saluto . dall'intimo del cuore:

« Ave, Princeps!... Vale, frater!... »

Non solo in Italia, ma pure all'Estero, unanime è il plebiscito di ammirazione e di rimpianto per la morte dell'Eminentissimo nostro Cardinale.

E in ogni parte si vanno celebrando solennissimi riti, anche pontificali, in suo suffragio.

Non mancheremo di darne ragguaglio nei prossimi numeri.

Udienza Pontificia.

La mattina del 4 marzo u. s. il S. Padre Pio XI riceveva in udienza privata i membri del Consiglio Superiore della Società Salesiana accorsi a Roma per la morte del compianto Card. Cagliero, e cioè il Prefetto Generale Don Pietro Ricaldone, l'Economo Generale Don Fedele Giraudi, il Direttore Generale degli Studi Don Bartolomeo Fascie, e il Segretario Don Calogero Gusmano, che vennero presentati a Sua Santità dal Procuratore Generale Don Tomasetti.

Il Santo Padre ebbe care parole per ciascuno ed espresse a tutti il profondo suo dolore per la scomparsa del grande Cardinale missionario, dicendola un lutto non solo per la Società Salesiana, ma anche per la S. Sede e per la Chiesa, e ricordando le virtù e le opere molteplici del defunto Porporato, grande e degno figlio del Ven. Don Bosco, lo diceva un esempio luminoso di lavoro indefesso sino all'estremo della sua vecchiaia.

Rivolse pure il suo paterno e commosso pensiero al Rettor Maggiore Don Filippo Rinaldi, che trovavasi lontano dall'Italia, in visita agli Istituti Salesiani della Spagna, impartendogli una speciale benedizione che gli fosse di conforto in un'ora di tanto dolore.

Pregato, quindi, dal Prefetto Generale, concesse anche una benedizione speciale a tutta la Famiglia Salesiana, ai Salesiani, alle Figlie di Maria Ausiliatrice, ai Cooperatori e alle Cooperatrici Salesiane, agli ex-allievi e agli allievi, al « Bollettino Salesiano », a «Gioventù Missionaria», all'Istituto Card. Cagliero e agli altri istituti nostri congeneri, e a quanti cooperano a realizzare nella società e nelle lontane missioni il programma di bene, al quale si inspirò il Ven. Don Bosco nel fondare l'opera sua.

Terminata l'udienza, il Santo Padre ammetteva alla presenza sua anche gl'Ispettori Salesiani d'Italia e vari direttori, con i quali si intrattenne con generosa e paterna bontà, dicendosi lieto di poter vedere in loro le folle dei giovinetti loro allievi, degli ex-allievi, dei Cooperatori e Benefattori che essi rappresentavano, nuovamente a tutti benedicendo e a tutti raccomandando di essere fedeli e perseveranti nella via tracciata dal Ven. Fondatore.

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